Giovedì III Settimana di Pasqua
At 8,26-40 Sal 65 Gv 6,44-51
“Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me” (Cor 11,24)
Il riferimento alla manna nel deserto non esprime un distacco dalla tradizione del popolo di Israele. Tanto meno la manna è presentata come un cibo di morte. Gesù qui allude al fatto che, quanti mangiarono la manna, morirono tutti nel deserto prima di arrivare alla terra promessa. Pochi versetti prima, Gesù dice che il pane disceso dal cielo avrebbe estinto per sempre la fame e la sete di chi sarebbe andato a lui con fede (v.35). Ora promette, a coloro che mangeranno questo pane, di non morire più. Gesù non parla della vita fisica ma quella oltre e nonostante la morte. Aveva già parlato di sé come pane disceso dal cielo. Ora invece si rivela al contempo donatore e pane. Mangiare qualcosa equivale a farla propria, ad assumerla e farla diventare parte di sé. Le parole di Gesù non soltanto ci parlano dell’Eucarestia, ma ci invitano a fare propria la sua logica, ad aderire al suo stile di vita, cioè vivere per donarsi, spendersi fino al dono della propria vita.
Da “Insediamento dei Frati Minori in Inghilterra”, di Tommaso Da Eccleston [FF 2574]
Quando era ancora nella casa paterna, vennero dei bambini poveri a chiedere l’elemosina; egli diede loro il suo pane ed essi gli donarono un pezzo del loro, e gli era sembrato che quel pane duro, mendicato per l’amore di Dio, fosse più gustoso del pane tenero che lui e i suoi familiari mangiavano. E così i bambini, per rendere il loro pane più gustoso, si domandavano l’uno all’altro del pane per amore di Dio.
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