Martedì V Settimana del Tempo di Pasqua
At 14,19-28 Sal 144 Gv 14,27-31
«Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada» (Mt 10,34)
Gesù definisce «mia» la pace, perché è tutt’altra cosa rispetto a quella che il mondo chiama tale. È sua perché è il frutto della sua vittoria sul male e sulla morte. È sua perché è la sintesi di tutti i doni che vengono dalla sua bontà e fioriscono dalla relazione personale con lui. L’evangelista Giovanni, in particolare, sottolinea l’unicità della pace che Gesù viene a portare, totalmente opposta a quella del mondo. Di questa evidenzia tutto il limite. Come il profeta Geremia quando dice: «Curano alla leggera la ferita del mio popolo, dicendo “pace, pace!” ma pace non c’è» (Ger 6,14). La pace infatti può essere un’illusione, se non ha un fondamento profondo. La pace è una cosa seria, e passa per la Croce. Ecco perché Gesù la dona ai discepoli quando, apparendo loro, mostra le ferite dei chiodi. La pace è il dono pasquale del Risorto.
Dalla seconda Lettera ad Agnese [FF 2880] Se con Lui soffrirai, con Lui regnerai; se con Lui piangerai, con Lui godrai; se in compagnia di Lui morirai sulla croce della tribolazione, possederai con Lui le celesti dimore nello splendore dei santi, e il tuo nome sarà scritto nel Libro della vita e diverrà famoso tra gli uomini. Perciò possederai per tutta l’eternità e per tutti secoli la gloria del regno celeste, in luogo degli onori terreni così caduchi; parteciperai dei beni eterni, invece che dei beni perituri e vivrai per tutti i secoli.
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