Giovedì VII Settimana del Tempo di Pasqua
At 22,30; 23,6-11 Sal 15 Gv 17, 20-26
«Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola» (Gv 17,21)
Nel vangelo di oggi ascoltiamo Gesù che prega per l’unità. Non si tratta di omologarsi, di associarsi per formare un insieme indistinto. Ma si tratta di accogliersi reciprocamente per dare vita ad una comunione che libera, perché fondata sull’amore che libera. Un’unità, dunque, che non annulla le differenze. Anzi: le esalta, le valorizza, facendo risplendere l’unicità di ciascuno. E questa comunione è un dono da chiedere a Dio, da accogliere con stupore. Dice Papa Leone che “il Figlio Gesù, dal suo cuore di uomo, si rivolge al Padre. E ci sta rivelando che Dio ci ama come ama lui, non ci ama di meno! Ci ama proprio come ama il suo Figlio Unigenito, cioè infinitamente”. Nella sua misericordia, il Padre da sempre ama ciascuno come ama Gesù, ama ciascuno come fosse unico. Proprio questo amore di predilezione, che culmina nel dono della vita del Figlio, fa di noi un solo corpo.
Dallo Specchio di perfezione [FF 1782] Francesco diceva che sarebbe buon frate minore colui che riunisse in sé la vita e le attitudini dei seguenti santi frati: la fede di frate Bernardo, che la ebbe in modo perfettissimo insieme con l’amore della povertà; la semplicità e la purità di frate Leone, che rifulse veramente di santissima purità; la cortesia di frate Angelo, che fu il primo cavaliere entrato nell’Ordine e fu adorno di ogni cortesia e benignità; l’aspetto attraente e il buon senso di frate Masseo, con il suo parlare bello e devoto; la mente elevata nella contemplazione che frate Egidio ebbe fino alla più alta perfezione; la virtuosa incessante orazione di frate Rufino, che pregava ininterrottamente e, anche dormendo e in qualsiasi occupazione, aveva lo spirito unito al Signore; la pazienza di frate Ginepro, che giunse a uno stato di pazienza perfetto per la perfetta coscienza della propria pochezza, che sempre aveva davanti agli occhi, e per l’ardente desiderio di imitare Cristo seguendo la via della croce; la robustezza fisica e spirituale di frate Giovanni delle Lodi, che a quel tempo sorpassò per vigoria tutti gli uomini; la carità di frate Ruggero, di cui tutta la vita e il comportamento erano ardenti di amore; la santa inquietudine di frate Lucido che, sempre all’erta, qua si non voleva dimorare in un luogo più di un mese ma, quando vi si stava affezionando, subito se ne allontanava dicendo: Non abbiamo dimora stabile quaggiù, ma in cielo.
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