José Gregorio Hernández Cisneros. Un medico al servizio dei poveri del Venezuela

José Gregorio Hernández Cisneros. Un medico al servizio dei poveri del Venezuela

José Gregorio Hernández Cisneros, beatificato il 30 aprile 2021, a Caracas (Venezuela).

«In mezzo a una pandemia che mette tutti alla prova e rischia di far pensare solo a se stessi, possiamo trovare» nel nuovo beato José Gregorio Hernández Cisneros «un amico vicino, che si è preso cura della salute della sua gente», amando «le persone» perché «innamorato del Dio fattosi uomo». L’attualità della figura del medico venezuelano elevato agli onori degli altari a Caracas ve-nerdì 30 aprile, è stata sottolineata dall’arcivescovo Edgar Peña Parra, Sostituto della Segreteria di Stato, in occasione della messa di ringraziamento presieduta nel pomeriggio di domenica 2 maggio, nella parrocchia romana di Santa Maria ai Monti, insieme con la comunità del Paese latinoamericano residente nell’Urbe, che abitualmente si ritrova in questa chiesa per la celebrazione eucaristica. Nella circostanza è stato anche benedetto un quadro del nuovo beato, nella cui vicenda umana il presule suo connazionale vede «riflessa l’anima migliore della nostra gente: dotato di spiccate qualità impiegò la sua intelligenza con generosità, servendosene come strumento per servirei più bisognosi. Scienziato, si fece francescano; medico, diventò mis-sionario. Ricco di talento, volle essere fratello dei poveri e così testimoniò Gesù non a parole, ma con la vita», ha esordito. Nel commentare le letture della quinta domenica di Pasqua, l’arcivescovo Peña Parra ha incentrato l’omelia in particolare sul brano del Vangelo, soffermandosi su «un verbo, un sostantivo e un aggettivo, presenti nelle parole che Gesù consegnò ai suoi dopo l’ultima Cena, nell’imminenza della Passione». Il verbo è rimanere e «compare ben sette volte nel breve» testo di Giovanni (15,4-7). In pratica, ha messo in evidenza il celebrante, Gesù «dice che non è sufficiente conoscerlo, seguirlo e neppure imitarlo. È essenziale, per essere suoi discepoli, abitare con Lui». Il che vuol dire «intrattenere una relazione viva, personale e abituale con Lui. Perché Gesù non è solo un personaggio da imitare, ma una persona da amare; non si accontenta di essere il riferimento principale dell’esistenza, vuole innervare della sua presenza tutto ciò che viviamo. Chiede di far convergere tutto in Lui, attraverso una preghiera vissuta e non rituale: quello che sentiamo, pensiamo e facciamo. Come chi vive insieme e condivide tutto», ha chiarito. E quindi proprio come Hernández Cisneros che «per rimanere in Gesù, partecipava ogni giorno alla messa», facendo «convergere tutto nel Signore. Le ricerche che intraprendeva, i poveri che aiutava, le persone, le si-tuazioni e i molti problemi che portava a cuore: tutto deponeva sull’altare, unendolo all’offerta di Gesù. Da lì scaturiva un dialogo ininterrotto, che proseguiva lungo la giornata e si intensificava nel Rosario quotidiano». Dall’Eucaristia «il beato José Gregorio riceveva soprattutto la pace del cuore. Ciò lo portò a offrire la vita per la pace, in particolare per la pace nell’Europa, devastata dal primo conflitto mondiale. Il 29 giugno1919, giorno dei santi Pietro e Paolo, condivise con un amico la gioia della pace appena raggiunta con il Trattato di Versailles e al contempo avvertiva dentro di sé che il Signore aveva accolto l’offerta della sua vita». Infatti «poche ore dopo morì, investito da un veicolo mentre portava una medicina a un malato». Ed ecco allora il sostantivo richiamato dall’arcivescovo: «La vite, che raffigura l’unione vitale tra Gesù e noi suoi tralci». In proposito il presule ha fatto notare come il Padre la coltivi potandola. «Noi – ha detto – viviamo con la fame e la sete di avere, accaparrare, aumentare, invece il Padre desidera semplificare. Come la vite non porta frutto senza essere potata, così la vita senza essere purificata. Perché l’esistenza non si realizza accumulando denaro, riconoscimenti e fama, ma donandola». La stessa vita spirituale «non è una collezione di opere e meriti, ma un lasciarci svuotare perché il Signore ci riempia di sé. Più che salire in alto, è scendere in basso, con umiltà». E anche nell’esistenza del nuovo beato «le potature non sono mancate. Più volte – ha spiegato – dovette rinunciare a progetti belli e ambiziosi; spesso da medico sperimentò la debolezza, ammalandosi di sovente». Però «anziché rimproverare la vita, si strinse ogni volta alla Provvidenza, andando sempre più all’essenziale. Non gli mancava la possibilità di diventare ricco e famoso mediante una prestigiosa carriera. Ma scelse il Vangelo, scelse di spendere la vita per i poveri, facendo ciò che pare infruttuoso agli occhi del mondo, ma è prezioso dinanzi a Dio. I poveri divennero la sua ricchezza». Dunque «la sua testimonianza, perché sia fruttuosa, ci chiama a passare dalla sua venerazione alla sua imitazione», ha esortato il Sostituto, che infine ha spostato l’attenzione sull’aggettivo associato da Gesù alla vite: «vera». Dove «“vero” non va inteso in senso intellettuale, contrapposto a falso», ma in senso biblico, ovvero «affidabile, fedele. Nella lin-gua ebraica la radice di “vero” richiama la solidità di ciò che non crolla e a cui ci si può appoggiare senza cadere. Ora, tutto ciò che è umano inevitabilmente passa, crolla. Dio, invece, resta. Egli è vero perché non delude le attese e quanto poniamo nelle sue mani non va perso». Del resto, «i nostri sforzi, anche quelli più genuini, non bastano. Solo Dio rende salda la vita, completa le nostre inadeguatezze e ci porta a compimento». A tale proposito, il beato José Gregorio «ha compreso il primato della grazia nella vita. Ha colto la verità nel vivere come mendicante di Dio. E a sua volta si è preso cura di chi, mendicante sulle strade, aveva bisogno di quell’amore che egli aveva trovato nel Signore. Così ha testimoniato la verità, non solo quella delle leggi scientifiche che ha codificato per promuovere il progresso dell’uomo sulla Terra, ma quella che lega la Terra al Cielo, la verità incrollabile e affidabile dell’amore». Da qui la consegna conclusiva: chiedere, «per intercessione del nostro nuovo beato, la grazia di portare frutto nell’amore, rimanendo ogni giorno ben innestati in Gesù, vite vera che mai appassisce».

L’Osservatore Romano, 3 maggio 2021, p. 12

ARTICOLO DI: Santi Francescani

“Il carisma di Francesco e Chiara non ha mai smesso di "produrre" santità, anche nel nostro tempo: uomini e donne, giovani e adulti, frati, clarisse, francescani secolari, simpatizzanti a vario tipo del francescanesimo, che ancora oggi credono che vivere il Vangelo non solo è possibile. Ma, persino, realizza in pienezza la nostra vita!”

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