Sabato III Settimana del Tempo ordinario
Os 6,1-6 Sal 50 Lc 18,9-14
Il profeta Osea ci ricorda che, anche nella prova, la venuta di Dio è sicura come l’aurora. È Lui che, dopo il dolore, ci guarirà, ci fascerà, ci ridarà la vita, ci farà rialzare. Questa fiducia è ciò che manca al fariseo della parabola. Lui e il pubblicano salgono insieme al tempio a pregare, fanno la stessa strada, ma sono lontani. “Vanno a pregare lo stesso Padre”, dice Papa Leone, “ma non sono fratelli: tutti e due si trovano nel Tempio, ma uno si prende il primo posto e l’altro rimane all’ultimo”. La preghiera del fariseo è il frutto di un cuore di pietra, uno specchio di sé stesso che non ha spiragli per lo Spirito, e quindi non si lascia trasformare. Sentendosi migliore dell’altro, giudica e disprezza. Ma l’amore di Dio opera in noi quando restituiamo ai fratelli uno sguardo di benevolenza e di compassione, quando camminiamo con gli altri nella disponibilità, sostenendo e lasciandoci sostenere. Questo sguardo fraterno piace a Dio: infondendo fiducia negli altri, dona stima e libertà.
Dalla Lettera a Frate Leone [FF 250]
Così dico a te, figlio mio, come una madre: che tutte le parole, che abbiamo detto lungo la via, le riassumo brevemente in questa parola di consiglio, e non c’è bisogno che tu venga da me per consigliarti, perché così ti consiglio: in qualunque maniera ti sembra meglio di piacere al Signore Dio e di seguire le sue orme e la sua povertà, fallo con la benedizione del Signore Dio e con la mia obbedienza. E se a te è necessario, perché tu ne abbia altra consolazione, che la tua anima ritorni a me, e tu lo vuoi, vieni!
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