Lunedì V Settimana del Tempo Ordinario
1Re 8,1-7.9-13 Sal 131 Mc 6,53-56
«Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito» (Mt 8,8)
Gesù e i discepoli fanno esperienza dei crescenti bisogni dei più poveri. Il Signore lascia intravedere la salvezza, soprattutto a chi soffre, a chi non sperava più. Mai rifiuta qualcuno, mai si sottrae, ma al tempo stesso non si lascia “afferrare”. Si dona totalmente a chi chiede aiuto, ma resta un uomo libero. Direbbe Salomone che “il Signore ha deciso di abitare in una nube oscura”. Perché non vuole solo guarire il corpo, ma accendere il desiderio di salvezza, donare agli uomini la gioia liberante della fede. Pian piano avviene, infatti, un passaggio, un graduale cambiamento nel contatto che c’è tra le folle e la persona di Gesù. Dal “gettarsi su di lui per toccarlo” (3,10) e toccare i suoi vestiti (cf. 5,27), si arriva ad una fede più adulta. Chi si mette davvero alla sua sequela, sperimenta che non è tanto il contatto fisico che guarisce, ma la relazione fiduciosa con lui, l’adesione di fede alle sue parole. Solo così si può attingere a quella forza che guarisce e salva.
Dalla Vita seconda di Tommaso da Celano [FF 682]
Quando invece pregava nelle selve e in luoghi solitari, riempiva i boschi di gemiti, bagnava la terra di lacrime, si batteva con la mano il petto; e lì, quasi approfittando di un luogo più intimo e riservato, dialogava spesso ad alta voce con il suo Signore: rendeva conto al Giudice, supplicava il Padre, parlava all’Amico, scherzava amabilmente con lo Sposo. E in realtà, per offrire a Dio in molteplice olocausto tutte le fibre del cuore, considerava sotto diversi aspetti Colui che è sommamente Uno.
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