Il Santorale Francescano
La Parola di Dio è faccenda “da compagnia”. In compagnia della Chiesa, che ce l’ha trasmessa. In compagnia di tanti cristiani che, anche a proprio rischio, la leggono, la meditano e cercano di viverla. In compagnia di tanti santi: come sant’Antonio di Padova, che ad essa ha dedicato tutto se stesso, e la sua lingua, o come san Francesco, che se l’è trovata impressa nella carne! Come santa Chiara, che ne ha fatto la regola della vita sua e delle sue sorelle a S. Damiano. Come tanti santi francescani, frati, suore, laici: conoscerli ce li rende compagni di strada, giorno per giorno, possibilità concreta per noi di una vita vissuta per Dio e i fratelli. In una santità che trascina con sé tutto il “peso” della nostra carne, della nostra storia, dei nostri sogni e delle nostre fatiche. Come le belle illustrazioni di Luca Salvagno ci mostrano…
Bonaventura Gran da Barcellona, religioso francescano (1620-1684), beato

Michele Battista Gran è spagnolo, di Riudomes, dove nasce nel 1620. A diciotto anni prende moglie, più per accontentare il papà che per propria scelta, sentendosi attratto dalla vita religiosa. Rimasto vedovo, si fa francescano con il nome di fra Bonaventura di Barcellona. Umile religioso laico, per diciassette anni gira per diversi conventi facendo via via il cuoco, il portinaio, l’infermiere e il questuante, dimostrando una profonda spiritualità, alimentata dalla preghiera, dalla mortificazione e dall’obbedienza, sempre accolta con il sorriso sulle labbra. Le cose straordinarie che gli succedono lasciano intravedere in chi gli vive accanto la sua vicinanza a Dio e l’alto grado di perfezione raggiunto. Affascinato dal fervore e dalla rigida povertà del francescanesimo delle origini, istituisce i «Ritiri», come cellule esemplari di quel rinnovamento dell’Ordine del quale diventa uno dei più convinti assertori. Trasferitosi a Roma, da buon francescano, è vicino a quanti incontra e vivono nel disagio materiale e spirituale, tanto da essere chiamato «l’apostolo di Roma». Il suo impegno per la riforma francescana, oltre alle critiche e le ostilità dei confratelli, gli attira il plauso e la stima delle autorità ecclesiastiche e degli stessi Pontefici, Alessandro VII e Innocenzo XI, che approvano gli statuti dei suoi «Ritiri». Muore a Roma, poco più che sessantenne, l’11 settembre 1684.